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Il pregiudizio delle macchine e la fisiognomica machine learned · 2016-11-26 by mmzz

Vediamo sempre più diffuso l’impiego del machine learning (ML).
Uno degli impieghi più recenti è nella lotta contro il crimine.
Nel film Minority Report non sono macchine, o perlomeno non solo macchine, a combattere il crimine prima che accada. Ci sono i precog, in grado di vedere brevemente nel futuro.
P.K.Dick ci da questa spiegazione – fantascientifica— del funzionamento della squadra pre-crimine.

Il machine learning non ci da spiegazioni scientifiche di come funziona una previsione.
Costruisce un modello sulla base di algoritmi e voluminosi insiemi di dati dai quali “impara” quali sono i fattori rilevanti. L’umano può confermare i risultati giusti e rafforzare l’apprendimento.

Ad esempio questo articolo: Automated Inference on Criminality using Face Images, dichiara che, a partire da un insieme di fotografie omogenee prese in pari numero tra persone condannate per gravi reati e incensurati, la macchina ha appreso come distinguere le persone appartenenti ai due gruppi, e di conseguenza è ora in grado di inferire correttamente, a partire da una fotografia, a quale dei due gruppi una persona appartiene.
Questo consentirebbe di identificare eventuali “tratti innati” del criminale senza alcun “pregiudizio” dovuto a “past experience, race, religion, political doctrine, gender, age” (p.2) e in assenza di fatica, privazione dal sonno, o cattiva alimentazione. Tutte cose che capitano agli umani, ma non alle macchine, che quindi sono “oggettive” e sono in grado di identificare i tratti innati nascosti nelle più “delicate caratteristiche” del volto.

Pensavamo che la fisiognomica e le dottrine del darwinismo sociale fossero morte e sepolte, ma sono pronte a resuscitare dietro la presunta neutralità dello strumento tecnologico.

Vi è una pericolosa seduzione antiscientifica dietro il machine learning, che avevo già messo in evidenza in una critica di certi procedimenti statistici “black box” che compivano inferenze saltando ogni processo esplicativo.
All’epoca (2003) dimostrammo , con MC Martini che il segno politico dei parlamentari italiani era associabile a quello zodiacale in modo statisticamente significativo.
La seduzione è quella di saltare il processo esplicativo, la spiegazione, del perché il fenomeno può essere descritto in un certo modo.

Nel caso in questione nessuno sente il bisogno di capire perché le foto dei detenuti/pregiudicati e quelle degli incensurati liberi risultino diverse.
Il problema che vi è il rischio che qualcuno sia sedotto della “oggettività” e “scientificità” del procedimento offerto dal machine learning e adottare il modello “fisiognomico” correndo il rischio di rafforzare le cause (che restano ignote) per cui (forse) il modello funziona.
Certamente nessuno verrà incriminato in base alla foto sul passaporto, ma le implicite previsioni fatte seguendo il modello descrittivo contribuiranno ulteriormente alla costruzione del criminale prima che questo abbia mai commesso un crimine.
E’ la famosa profezia che si autoavvera di Robert K. Merton.
Certo, si può dire che questi comportamenti discriminanti non sono una novità: la diffidenza verso certi “brutti ceffi” o persone con segni visibili di una certa appartenenza sociale o etnica… Banalmente: pregiudizio.

Potremmo dire che il machine learning rappresenta l’automazione del progiudizio.

Il ML non richiede un modello che sia esplicativo di nessi causali, tuttavia produce un modello descrittivo (ma opaco), usabile come modello predittivo e una possibile pericolosa conseguenza è che
finisca per diventare prescrittivo.

Prima di adottare modelli ML in contesti socialmente rilevanti che possano avere conseguenze per i cittadini sarebbe ragionevole pretendere che i nessi causali dietro al modello vengano esplicitati e validati.
Altrimenti qualsiasi scelta che si appoggi sul modello dovrebbe essere deprecata.

Se non mi spieghi perchè la macchina decide, in base a quali variabili, non posso accettare di piegare il mio giudizio al suo pregiudizio.

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Monopoli e architettura della rete · 2016-06-04 by mmzz

A favorire i monopoli non sono solo le regole del mercato (o l’assenza di esse), ma anche l’attuale architettura della rete (o l’assenza di essa).
Non voglio fare il nostalgico, ma Internet è cambiata molto, e non per il meglio.

Se invece di avere già SMTP lasciassimo il servizio di email al mercato, nel contesto competitivo di oggi, cosa avremmo?
Quattro/cinque operatori, ciascuno con applicazioni verticali non interoperabili: uno per Apple/iPhone, uno per Google/Android, uno di IBM, eccetera.
L’utente sarebbe un captive customer e dovrebbe avere una casella email per ciascuno per poter scrivere a tutti.
Esattamente come negli anni ’80: avevamo i servizi mail di SNA, BitNET, DECNET, Fidonet, OSI X.400, uucp, …
Tutte cose sbaragliate da TCP/IP+SMTP, non perchè fosse tecnicamente superiore, ma perché era open e interoperabile.
Adesso, se voglio spedire posta, devo rispettare RFC 821 e successivi, e il modello di business è cosa che riguarda me e i miei utenti.
Ci guadagno, ci perdo? Basta che rispetti lo standard. Se mi comporto male l’utente se ne va da un’altro e la concorrenza è fatta, perché l’utente può scegliere.
Nessun regolatore deve intervenire, perché l’architettura favorisce il pluralismo nel mercato.

Se avessimo sviluppato i social network come abbiamo fatto con IP, TCP, SMTP, HTTP invece che farne una applicazione Web, ora ci sarebbe una famiglia di protocolli ai quale tutti si devono attenere per scambiare messaggi personali.
Poi ci sarebbero diverse applicazioni o piattaforme che li archiviano e presentano più o meno bene e che competono per servizi aggiuntivi: ci sarebbero piattaforme open, quelle a pagamento, quelle che fanno advertising.
L’utente sceglie.
(Toh, guarda, il protocollo esisterebbe, si chiama XMPP ed è decentralizzato.)

Lo stesso per le piattaforme cooperative: dovrebbe esistere un protocollo che consente il brokeraggio di un qualcosa, inclusa la valutazione di reputazione, l’interfaccia con i circuiti di scambio monetario e quant’altro serve.
Ci sarebbero una pluralità di “piattaforme”: alcune sarebbero locali, altre globali, alcune generaliste, altre specializzate.
Queste IMHO sarebbero infrastrutture al servizio dell’economia.

L’architettura originaria di Internet favoriva la concorrenza perché centrata su protocolli interoperabili tra diverse applicazioni, tipicamente decentrate, e non su applicazioni verticali centralizzate.
Oggi gli RFC sembrano fermi, tutti cercano di sviluppare applicazioni proprietarie o al massimo li usano come base per servizi proprietari.
L’espressione moto efficace usata da Moxie Marlinspike è cannibalizing a federated application-layer protocol into a centralized service, ed è a suo dire una ricetta sicura per il successo.

Avrà ragione, ma il risultato generale dell’approccio verticale centralizzatore è la corsa al monopolio.
Chi ci perde: tutti. Chi ci guadagna: chi vince. Chi può tentare di vincere: chi è già in vantaggio.
Questo ha una scia di conseguenze sugli utenti, a partire dall’assenza di scelta, passando per il lock-in fino ai problemi con i dati personali, di cui stiamo cominciando a vedere oggi l’inizio.

Regolare questo significa entrare nel merito delle tecnologie intervenendo nell’architettura delle infrastrutture della rete.
Non con le leggi, ma sviluppando protocolli e programmi migliori, aperti, interoperabili possano offrire una alternativa agli utenti delle piattaforme e creino un vero mercato.

L’UE potrebbe favorire un processo di sviluppo di infrastrutture competitive, non accettare le architetture che centralizzano e cannibalizzano Internet.

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Festa Della Repubblica · 2016-06-02 by mmzz


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Big data bubble burst · 2015-11-17 by mmzz

Da molte parti si legge che i big data non mantengono le promesse (i dati non fruttano) e che sarebbe imminente lo scoppio di una bolla speculativa con il conseguente crollo dei mercati collegati.

Se così fosse, si potrebbe legittimamente considerare l’ammassamento dei dati da parte delle varie agenzie governative US come una misura keynesiana per creare una “effective demand” e compensare la sovraproduzione.

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Dove risiedono i dati? Geografia politica e giuridica · 2015-11-11 by mmzz

Un nuovo accordo che sostituisca Safe Harbor dopo la sentenza Schrems sembra essere in stallo sulla questione dell’accesso ai dati da parte dell’intelligence nazionale [1]. Nel frattempo alcune imprese US aggirano il problema aprendo nuovi datacenter in UE [2,3]. Per quanto ci capisco, l’esito dell’appello Microsoft [4,5] contro US Govt sulla accessibilità del governo US ai dati risiedenti in Irlanda presso Microsoft Europe sarà quantomai importante, visto che per per ora, le imprese US sono soggette a warrant federale anche per dati degli utenti conservati in territorio UE.

Sembra dunque che i giudici debbano tagliare dei nodi che la politica non riesce più a sbrogliare, incluso lo statuto di colossi commerciali sovranazionali. Ingenuamente, forse, ho la sensazione che le conseguenze possano essere diverse da quelle che nell’immediato ci si può aspettare. Il successo USA potrebbe portare ad una frammentazione dei soggetti autorizzati a operare nel mercato UE, favorendo attori UE. Al contrario, un successo Microsoft (sostenuto dall’UE) porterebbe ad un rafforzamento delle multinazionali USA libere di operare un UE mantenendo la base in US.

Se la sentenza sarà a favore del governo USA, l’accessibilità dei dati dipenderà dalla nazionalità della compagnia che li ospita, la quale dovrà una lealtà primaria al proprio governo, poi al proprio consiglio di amministrazione ed infine agli utenti. E gli utenti dovranno fare i conti con la nazionalità dei propri fornitori. Per operare in UE, Microsoft Europa dovrà sottoporsi a qualche operazione di ingegneria organizzativa per essere autenticamente europea, non solo nominalmente e fiscalmente. Il che non è un grosso vantaggio per il governo USA.

Se la sentenza sarà a favore di Microsoft, le multinazionali potranno godere di una sostanziale immunità in merito alla consegna dei dati ad autorità nazionali: potranno infatti sempre dire che i dati sono mantenuti presso altre sedi, a meno di essere costretti a mantenerli nelle aree giuridiche di pertinenza dei propri utenti. Potranno in sostanza scegliere se consegnare i dati o no, e a chi.

Le alternative a cui sono in grado di pensare sono o politiche (accordi bilaterali o internazionali sui dati (simili a quelli sull’estradizione) o tecniche. Data la attuale crisi della politica a favore delle varie tecnocrazie di economisti, militari e tecnologi, sarei sorpreso se si profilassero autentiche soluzioni politiche.
Cinque anni fa (Censura e futuro dell’infosfera e anche a e-Privacy nel 2011 ) mi lanciavo nella previsione che i dati personali sarebbero stati al sicuro nella rete solo se crittati, frammentati, ridondati e delocalizzati il più possibile. Credo che sia ancora così.
Per preservare la privacy, i dati devono risiedere sui server cloud in forma cifrata ed essere decrittati solo presso i client dell’utente, presso il quale gireranno le applicazioni e che potrà poi decidere a chi darli. Questo manda in fumo i modelli di business data-driven di quasi tutti i maggiori attori sul mercato, che a loro volta giustificano (non solo economicamente) l’esistenza stessa del Cloud e della attuale estrema centralizzazione dei dati.

Note ed estratti:

[1] www.nytimes.com/2015/11/07/technology/europe-wants-to-reach-data-transfer-pact-by-early-2016.html
Both sides are said to believe that an agreement can be finished by early next year, but negotiators are stuck in part on what kind of access national intelligence agencies will have to people’s online data. The information includes social media posts and online search histories, as well as more traditional information like financial and personal records.
European officials want the United States to provide greater assurances over how their citizens’ data may be made available to American intelligence agencies when it is transferred outside the region.
European policy makers are concerned that without further limits, any new data-transferring agreement would be challenged in European courts, according to two people with knowledge of the matter who spoke on the condition of anonymity.
By contrast, United States officials said that they believed they had provided sufficient guarantees, and that the recent ruling failed to consider improvements to American privacy safeguards over the last two years that restrict what information is accessible to the country’s intelligence agencies.

[2] www.pcworld.com/article/3002521/amazon-will-open-london-datacenter-by-early-2017.html
Amazon will open London datacenter by early 2017
AWS plans to offer its third location for Europeans worried about where their data is stored

[3] www.pcworld.com/article/3003424/what-to-do-for-privacy-after-safe-harbor-syncplicity-has-an-idea.html#tk.rss_all
EMC sold Syncplicity to a private equity firm earlier this year. The company offers subscribers a range of ways to store their data: They can keep it on their own premises, in a private cloud, in Syncplicity’s public cloud, or in some combination of those. They can access that data from desktops, laptops and mobile devices.
The new option coming in 2016 will let users select the storage region of their choice with one click and no additional steps, Syncplicity says. That could mean choosing clouds based in Europe as the sole repository for their files.
Also next year, the company will go one step further to help ensure data is protected under European privacy law. It will set up a Syncplicity Cloud Orchestration Layer in Europe so data stored on the continent isn’t even controlled in the U.S. Metadata used in managing the stored information, such as user names, email addresses and file names, will be stored and processed in Europe.
As an additional step while new rules are worked out, Syncplicity now includes so-called Model Clauses in its Cloud Services Agreements. Those clauses, crafted by the European Union, are designed to meet privacy requirements. Microsoft and other companies already use them.

[4] digitalconstitution.com/wp-content/uploads/2014/09/Microsoft-Opening-Brief-12082014.pdf
Amicus Brief, In the Matter of a Warrant to Search a Certain E-mail Account Controlled and Maintained by Microsoft Corporation

The power to embark on unilateral law enforcement incursions into a foreign
sovereign country—directly or indirectly—has profound foreign policy
consequences. Worse still, it threatens the privacy of U.S. citizens. The Golden
Rule applies as much to international relations as to other human relations. If the
Government prevails here, the United States will have no ground to complain when
foreign agents—be they friend or foe—raid Microsoft offices in their jurisdictions
and order them to download U.S. citizens’ private emails from computers located
in this country

[5] klarquist.com/wp-content/uploads/2015/01/80_14-2985-cv-BRIEF-FOR-AMICI-CURIAE-COMPUTER-AND-DATA-SCIENCE-EXPERTS.pdf
Amici respectfully submit that the resolution of this appeal should take into
account the fact that web-based email and other data stored “in the cloud” has at
least one identifiable, physical location, and that the content of customer emails is
securely stored as the confidential property of the account holder.

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Industrializzazione delle relazioni personali, inquinamento relazionale ed ecologia comunicativa · 2015-11-05 by mmzz

Dicono che viviamo in un’era post-industriale. A me pare che al contrario siamo in un contesto iperindustriale, in cui ogni aspetto della vita —o quasi— è toccato da prodotti e processi industriali.
E’ forse finita (in occidente) la stagione del fordismo spinto, ma l’industrializzazione procede in ogni settore dell’economia: i trasporti, la salute (o “benessere”), l’intrattenimento, l’abitare, l’agricoltura, la produzione e riproduzione della cultura, la finanza, l’istruzione. Ciascuno di questi ambiti economici ha la sua industria, alimentata da una retorica ideologica del progresso.

Graze alle “nuove tecnologie” anche l’industria della comunicazione (e quindi del marketing), che precedentemente si era “limitata” alla comunicazione di massa, si estende alla comunicazione individuale, ed in questo modo invade la sfera delle relazioni interpersonali.
Come nel resto delle industrializzazioni, il processo raramente è sostenibile: non introduce solo le macchine, ma assieme ad esse il peggio delle dinamiche capitalistiche per massimizzare il profitto: l’inquinamento, l’alterazione di ecosistemi, la standardizzazione dei comportamenti, l’approfondirsi di diseguaglianze, il controllo sociale.
Consiste nell’automatizzazione, mediante tecnologie, dei processi relazionali: costruzione, mantenimento, alimentazione di un rapporto tra persone: amicizia, colleganza, rapporti clandestini… tutti hanno la loro “piattaforma” ad-hoc, che si occupa della trasmissione di messaggi amplificando —è vero— l’azione individuale (in portata e intensità), facilitando l’interazione tra gruppi, introducendosi come mediatore e riducendo costi e sforzi, ma anche standardizzando e formalizzando quelle che altrimenti sarebbe una diversificazione di sfumature (amico… non amico… conoscente… sconosciuto), banalizzando i comportamenti (mi piace, condividi, commenta), frammentando l’attenzione e la concentrazione, inducendo una potenziale “tunnel vision” e esponendo al rischio di diffusione eccessiva di dati personali (oversharing).

Questa nuova area di industrializzazione è preoccupante per il suo carattere intruisvo: appare neutrale come l’aria che media la nostra voce, ma in realtà nasconde un’intelligenza precisa, dietro alla quale si palesa la necessità di profitto, tipicamente ottenuto con la pubblicità “contestuale” e “mirata”, offerta ad un soggetto di cui la piattaforma ha costruito, monitorandolo incessantemente, un modello di comportamento che rappresenta il vero prodotto da vendere (sesso, età, gusti, attitudini, ecc) come bersaglio di pubblicità. Più il modello rende prevedibile il soggetto che vende ed è in grado di condizionarne i comportamenti (e indurlo a cliccare e comprare), più vale. La modellizzazione del soggetto fa si che la piattaforma è in grado di proporre sia prodotti da comprare che nuovi contatti, o “amicizie”, per allargare le nostre relazioni. Il tutto viene fatto secondo algoritmi completamente opachi ed oscuri a chi vi è soggetto.

Al pari dei processi industriali che hanno riguardato la siderurgia, la chimica, l’estrazione mineraria, l’agricoltrura, l’industria delle relazioni non ha alcun rispetto per l’ecosistema, l’ambiente nel quale le relazioni avvengono. Al contrario, più un processo è “disruptive” cioè dirompente, meglio è, secondo una vecchia ma sempre rinnovata ideologia della modernità e del progresso.
I “problemi di privacy” dei quali sentiamo parlare come se fossero spiacevoli effetti collaterali sono in realtà l’equivalente dell’inquinamento dei fiumi e dell’aria dell’industrializzazione selvaggia: una operazione necessaria per massimizzare profitti. Minimizzando l’inquinamento l’industria non rende.
E tutti noi, lavoratori e merce dell’industria delle relazioni, rischiamo di perdere non una mano sotto una pressa, ma dati personali che possono rovinarci la vita, o qualità e ricchezza di relazioni che fanno parte di un’esistenza equilibrata.

La trasformazione della persona in un prodotto e l’industrializzazione delle sue relazioni comporta l’inquinamento del contesto sociale in cui le relazioni avvengono. Alcuni esempi di inquinamento a vario livello possono essere i seguenti:

L’inquinamento dei fiumi, delle acque, e l’esaurimento delle risorse naturali hanno avuto bisogno di tempo e molto sforzi da parte del movimento ecologista per ripristinare un minimo decente di ambiente sano, e solo in ecosistemi dove l’industrializzazione ha già fatto i suoi danni. Gli stessi problemi ambientali si ripetono nei paesi “in via di sviluppo”.
Allo stesso modo occorre un ecologia della comunicazione e della relazione per evitare che il contesto relazionale, sociale e politico venga inquinato dai sottoprodotti della industrializzazione delle relazioni, oggi in corso in questa parte del mondo.

Cancellare la rivoluzione digitale? No. Renderla sostenibile e farlo —per una volta— prima che sia faticosamente dimostrato che ha fatto danni irreparabili.

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Spatial fix, Digital labour e cavitazione economica · 2015-10-02 by mmzz

Sta finalmente rovesciandosi la tendenza apologetica nei confronti delle nuove tecnologie, e verificando la previsione del bravo scrittore di fantacienza Bruce Sterling che dell’informatica si parlerà tra qualche anno come dell’energia atomica oggi. Così come fummo entusiasti dell’atomo negli anni ’50, tanto siamo atterriti dalla sua distruttività oggi; allo stesso modo considereremo tra non molto le nuove tecnologie “disruptive” che oggi sono tanto attratenti per gli imprenditori di Silicon Valley.

In questa direzione va la special issue di Communication, Capitalism & Critique (Vol 13, No 2 2015) dedicata al Digital Labour e soprattutto alla pratica del lavoro gratuito nella forma dell’Internship: Theorising Digital Labour and Virtual Work – Definitions, Dimensions and Forms

In particolare questo articolo ha attivato una serie di ulteriori letture: The Digital Spatial Fix; Daniel Greene, Daniel Joseph

Gli autori si concentrano su quello che chiamano “cyeber-proletariato” di lavoratori che gratuitamente o per compensi minimi svolgono del lavoro per la produzione di beni “digtali” dell’industria culturale. In un cas particolare considerano i beni scambiati nei video-game. Si collocano dunque in un vasto sforzo di adattamento delle teorie economiche e socio-economiche pensate per industrie tradizionali a quelle basate sulle ICT.

[] Capital has long sought what David Harvey (1981; 1981; 2001; 2003) calls a “spatial fix” to declining rates of profit and the possibility of over-accumulation: expansion into new or under-exploited geographies becomes a way to dispose of accumulated capital or to create fresh opportunities for new accumulation at faster rates than before. Digital spaces can act as outlets for the same sort of fixes we have seen in the past while providing new opportunities for exploitation and accumulation. Meanwhile, digital spaces potentially intensify and extend those same crises. For Marx, capital is value in motion and so digital spaces, like older formations of fixed capital, are necessarily sites where that value is fixed in place to allow for value production; but that fixity, even if it is a fixity of Web platforms or warehoused servers, eventually becomes a barrier to further accumulation in need of a dose of ‘creative destruction’.

Vedremo poi, leggendo Harvey, cosa si intenda per questa “destrucion”.

New transportation methods or means of communication and coordination that minimize the time assembled commodities rest in production facilities (i.e. “just-in-time” production) keep capital in motion and reduce the potential for devaluation. This is a virtual fix.[…] Since the 1970s, a generation of geographers have investigated how crises of capitalism develop within and spread across the world market and the built environment. This political economic perspective has its roots in a variety of Marx’s scattered spatial critiques. One such observation is the dialectic formed between the homogeneity of a world market and the geographical division of labour required for profitable commodity production. Another is that ever-faster communications and transportation infrastructure are necessary to overcome barriers to the circulation of capital and so function as the “annihilation of space by time” (Marx 1993a, 524). With respect to crisis formation, the basic contradiction here is that capital, as value in motion, must be frozen in place in order for accumulation to occur. This may come in the form of technological investment, a particular organizational form, or investment in physical or social (e.g. highways, schools) infrastructure that increases the speed and volume of circulation or the productivity of labour.

We use “primitive accumulation of time” to refer to the profit model of social networking sites and most of the free Web: access is free but your activity is enclosed and recorded so that your patterns of socialization can be packaged and sold to data brokers and advertisers. It is a quantitative development of Marx’s original concept, taking advantage of extra-economic means of coercion in new social spaces in order to accumulate not new labourers but tiny slivers of labour time.

Like the primitive accumulation of time, the annihilation of time by space is an extension and intensification of an older fix rather than a qualitatively different one. Where the annihilation of space by time refers to the reduction of turnover time through large fixed capital projects, like railways, that defeat geographic barriers to circulate goods as quickly as possible, we use the annihilation of time by space to mean the construction of communications infrastructure to gain a competitive advantage in exchange specifically and financial exchanges especially. Speed remains the competitive advantage, but the scale of it, faster than any human can process, creates a different relationship to spaces of value capture.

Mi piace che sottolineino che digital geographies are always material senza cadere nella trappola della non-spazialità del mondo digitale.

Ma dipreciso a cosa si riferiscono i due autori parlando di “spatial fix”? Il termine fix vuol dire sia fisso che rimedio, soluzione (più nel senso di rattoppo). La ricerca mi ha portato all’articolo originale di Harvey sullo “Spatial Fix” (THE SPATIAL FIXHEGEL, VON THUNEN, AND MARX), in cui l’autore mette in relazione la questione posta da Hegel sulla tensione tra la dimensione etica della famiglia e quella economica del mercato e su come Von Thunen (a me ignoto) e Marx abbiano affrontato il problema.

Hegel interprets the family as a sphere of ethical life dominated by particular and personal altruism. Civil society, on the other hand, is a sphere of “universal egoism” in which each individual seeks to use others as a means to his or her own ends. This is, above all, the sphere of market competition, the social division of labour and “universal interdependency” as described in political economy

Can civil society be saved from its internal contradictions (and ultimate dissolution) by an inner transformation – the achievement of the modern state as the “actuality of the ethical Idea?” Or does salvation lie in a “spatial fix” – an outer transformation through imperialism, colonialism and geographical expansion? These are the intriguing questions that Hegel leaves open.

Questa opzione dello “spatial fix” è dunque una soluzione per allargare mercati o per scaricare il peso della crisi e ristabilire un equilibrio. Passa spesso per processi drammatiamente distruttivi, tra cui gli autori elencano anche le due guerre mondiali:

At times of savage devaluation, the search for a spatial fix is converted into inter-imperialist rivalries over who is to bear the brunt of devaluation. The export of unemployment, inflation, and idle productive capacity, become the stakes in an ugly game. Trade wars, dumping, tariffs and quotas, restrictions on capital flow and foreign exchange, interest-rate wars, immigration policies, colonial conquest, the subjugation and domination of tributary economies, the forced reorganization of the division of labor within economic empires, and finally, the physical destruction and forced devaluation of a rival nation’s capital through war, are some of the options at hand.

The question of who is right and wrong is of immense and immediate import. If the Marxian theory of the spatial fix is right, then the perpetuation of capitalism in the twentieth century has been purchased at the cost of the death, havoc and destruction wreaked in two world wars. But each war has been waged with ever more sophisticated weapons of destruction. We have witnessed a growth in destructive force that more than matches the growth of productive force which the bourgeoisie must also create as a condition of its survival. Our present plight must surely give us pause. As the crisis tendencies of capitalism once more run amok, inter-imperialist rivalries sharpen, and the threat of autarky within closed trading empires looms. The struggle to export devaluation comes to the fore and belligerence dominates the tone of political discourse at all levels”

Incidentalmente, viene da confermare l’ipotesi già formulata, che l’insorgenza del cyberwarfare risponda proprio a esigenze economiche, e secondo questa visione dello “spatial fix” proprio le necessità distruttive descritte da Harvey, dove va scaricata la tensione della sovraproduzione e della svalutazione.

Queste letture già moto interessanti,mi hanno portato all’intervista di Harvey a Giovanni Arrighi, attraverso il quale ho scoperto Braudel nel 2006 e congetturato che ci trovassimo alle soglie di un nuovo cambiamento di egemonia, cosa che (ho scoperto oggi) Arrighi in effetti teorizzò già negli anni ’70.

In THE WINDING PATHS OF CAPITAL , Arrighi racconta molto di se e della sua ricerca, tra cui chiarire i collegamenti con lo spatial fix di Harvey (che lo sta intervistando):

One point is that there is a very clear geographical dimension to the recurrent cycles of material and financial expansion, but you can see this aspect only if you do not stay focused on one particular country—because then you see a totally different process. This is what most historians have been doing—they focus on a particular country, and trace developments there. Whereas in Braudel, the idea is precisely that the accumulation of capital jumps; and if you don’t jump with it, if you don’t follow it from place to place, you don’t see it.

You have to move with it to understand that the process of capitalist development is essentially this process of jumping from one condition, where what you’ve termed the ‘spatial fix’ has become too constraining, and competition is intensifying, to another one, where a new spatial fix of greater scale and scope enables the system to experience another period of material expansion. And then of course, at a certain point the cycle repeats itself.

When I was first formulating this, inferring the patterns from Braudel and Marx, I had not yet fully appreciated your concept of spatial fix, in the double sense of the word—fixity of invested capital, and a fix for the previous contradictions of capitalist accumulation. There is a built-in necessity to these patterns that derives from the process of accumulation, which mobilizes money and other resources on an increasing scale, which in turn creates problems of intensifying competition and over-accumulation of various kinds. The process of capitalist accumulation of capital—as opposed to non-capitalist accumulation of capital—has this snowball effect, which intensifies competition and drives down the rate of profit. Those who are best positioned to find a new spatial fix do so, each time in a larger ‘container’. From city-states, which accumulated a huge amount of capital in tiny containers, to seventeenth-century Holland, which was more than a city-state, but less than a national state, then to eighteenth- and nineteenth-century Britain, with its world-encompassing empire, and then to the twentieth-century, continent-sized United States.

Arrighi conclude con l’auspicio che si arrivi a un commonwealth of civilizations living on equal terms with each other, in a shared respect for the earth and its natural resources

In conclusione, sembra che il momento che stiamo vivendo vede l’accelerarsi per via della tecnologia di una serie di processi che sono sempre stati presenti nell’economia e che fanno parte delle dinamiche capitalistiche.

Arrighi non ha mai preso in considerazione l’“Infosfera” come quel cambiamento di scala di cui il capitalismo ha bisogno per mantenere la dinamica espansiva, (ma osserva che —ora che non non è più possibile un slato di scala oltre quella planetaria — si è adattato a rivolgersi ai poveri).
L’articolo di Greene e Joseph tenta questo salto, identificando nel mondo online (preferisco il termine Infosfera di Floridi) il possibile sfogo espansivo e distruttivo delle dinamiche capitalistiche, con l’annesso carico di sfruttamento umano.

Mi emere una possibile metafora idraulica con il fenomeno della cavitazione. Quando un’elica gira troppo in fretta, genera delle bolle che possono danneggiare l’elica stessa, oltre che impedirle di aver presa nell’acqua. Le ICT consentono di acellerare molto le dinamiche più dannose del capitalismo, specie se associate alla finanziarizzazione massiccia che vediamo di recente. Le bolle (questa volta economiche e finanziarie), danneggiano e distruggono l’elica (l’economia, l’ambiente e soprattutto le persone) senza permettere di andare avanti.

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Is Cyberwar really coming? · 2013-02-01 by mmzz

My reply to a LiberationTech thread on cyberwar

Cyberwar or netwar is “coming” since 1993 [1]…

But what kind of “war” are we expecting? What metaphor should we use to describe the increasing belligerency on the net?
Surely not a war fought by the military following a declaration according to formal protocols of the Hague Convention!

I think we could consider two different metaphors of the latent form of confrontation we are observing:

(1) the pirate-like war fought by the privateer, private person or company authorized by a government, making profit from prize money or bounties.
Off metaphor, the “Data Privateer” has the freedom to take advantage from data gathered in commerce raiding or “guerre de course” activities, being under explicit or implicit government immunity.
Can we find clues or evidence for this kind of entities? Think for instance of government agencies spying on their own citizens, sometimes acting in grey zones un-encoded by laws, and their contractors.

(2) Cyberwar as a vector of Data Colonialism. Considering the Cyberspace a “territory” is a mistake, but following Luciano Floridi “Infosphere” [2] concept, it is the part of a wider environment. In this context the net is a sort of “space-like opportunity” where states do confront not in terms of sovereignty, but with their ability to access to all kind of data resources available, even if protected by other state’s laws.
This “war” is part of the global political and economic effort to control data as raw material and sell data exploitation infrastructures.
To achieve this goal, states must show a twofold ability: to offend, stealing and destroying data and data infrastructures; and to defend, an essential element to maintain a tutelary power on their citizens (data protection) and a political and economic power on countries unable to autonomously develop the same abilities.

Of course these two metaphors do overlap some times.
This kind of collateral warfare has been going on for years.

Sincerely,

Alberto

[1] Arquilla, John, and David Ronfeldt. “Cyberwar is coming!.” Comparative Strategy 12, no. 2 (1993): 141-165.
p.28: netwar represents a new entry on the spectrum of conflict that spans economic, political, and social as well as military forms of “war.” In contrast to economic wars that target the production and distribution of goods, and political wars that aim at the leadership and institutions of a government, netwars would be distinguished by their targeting of information and communications.

[2] Floridi, L., 2007. A Look into the Future Impact of ICT on Our Lives. The Information Society, 23(1), p.59-64.

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Bartolo · 2012-06-01 by mmzz

Bartolo è il bisogno d’affetto canificato.
Nessuno potrebbe soddisfare il suo bisogno d’amore all’infuori forse di Dio, per il solo motivo che ha a disposizione l’eternità.

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Esprimersi per salvarsi · 2012-05-16 by mmzz

Ho visto il film “Intruglio” su Renzo Bussotti, di Michele Angrisani.

A chi come me ha cambiato 7 case e ancora ne cerca non può sfuggire come queste siano centrali nella scelta del regista e nella narrazione dell’anziano artista, chiuso nel silenzio dopo che delle parole ha sperimentato l’amara capacità di mentire.

Delle sue case e di come ne sia stato via via stradicato Bussotti parla a lungo, così come della ferocia della guerra, che ribolle nelle sue tele , affollate e angosciate come quelle di James Ensor ma le cui figure si deformano e sfumano come quelle di Francis Bacon .

Della casa che ora abita Bussotti narra come sia nata, o meglio cresciuta, innestata sopra all’atelier a Padova grazie al successo di una stagione; e poi —soprattutto— l’artista cede alla casa la parola, incrostandola di ceramiche e facendone un organismo che trasuda una potente espressione che non può tacere e che deborda oltre l’ineffabilità dell’intruglio che è il vivere la vita, anche chiusi da mura silenziose. La casa trasuda la sua arte, non ne è semplicemente rivestita. I muri secernono una forza espressiva che non possono confinare, nonostante la pressione esterna di una difficile accoglienza e la diffidenza per le parole e gli uomini. L’intruglio prende la forma di una secrezione espressiva che fodera il limite in cui l’artista si è confinato. L’architettura squadrata di una casa semplice e senza pretese artistiche finisce per assomigliare a quella morbida di Hundertwasser o quella di un altro italiano misconosciuto, l’emigrante Sam Rodia, artefice delle Watts Towers a Los Angeles.

Del film mi restano le asciutte parole di Renzo Bussotti e il silenzio dei periodi sospesi, ma soprattutto la lezione: esprimersi è una necessità per salvarsi.

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